Il Pentagono ammette di aver addestrato gli assassini del presidente di Haiti

di Cesare Sacchetti

Erano già emersi precedentemente degli indizi pesanti riguardo ad un possibile coinvolgimento delle agenzie di intelligence americane nell’assassinio del presidente di Haiti, Jovenel Moïse.

Ora arriva la conferma diretta dal ministero della Difesa USA tramite il suo portavoce, John Kirby che ha ammesso che almeno sette dei colombiani che hanno partecipato all’agguato contro Moïse hanno ricevuto addestramento militare dal Pentagono.

Il ruolo del deep state e della CIA era stato preso in esame sin dai primi momenti dell’omicidio. I paramilitari colombiani hanno infatti utilizzato delle cartucce che vengono utilizzate in delle armi della NATO, quali i fucili d’assalto M4A1 e FN Scar.

Successivamente è stato rivelato come uno dei sicari del commando di paramilitari fosse anche un informatore della DEA, l’agenzia americana dell’antidroga.

Il legame tra le agenzie di intelligence USA e i paramilitari risale a molti decenni addietro.

Sostanzialmente le milizie irregolari dell’America Latina vengono utilizzate periodicamente dalla CIA e dalla DEA per rovesciare i governi o uccidere leader locali che in qualche modo mettono a repentaglio gli interessi del governo occulto di Washington.



Jovenel Moïse da diversi mesi stava creando dei problemi in questo senso. La stampa anglosassone, in particolare Bloomberg, si lamentava del suo scarso impegno nella distribuzione dei vaccini.

Un mese circa dopo l’articolo di Bloomberg, Moise è stato assassinato.

I media internazionali a questo proposito sembrano avere il ruolo di lanciare l’allarme su chi stia mettendo in pericolo gli interessi del cartello farmaceutico.

Le similitudini con quanto accaduto al presidente della Tanzania, Magufuli, sono notevoli. Un mese prima della sua morte, le cui circostanze ancora non sono state del tutto chiarite, il quotidiano britannico The Guardian pubblicò un articolo sponsorizzato dalla fondazione di Bill Gates.

Il titolo dell’articolo non lasciava molto spazio ai dubbi sul messaggio che voleva mandare il magnate di Microsoft.

“E’ tempo per l’Africa di mettere un freno al presidente anti vaccini.”

Un mese dopo questo editoriale, Magufuli moriva e veniva sostituito dalla sua vice Samia Suhulu.




La Suhulu a poca distanza dalla morte del presidente Magufuli apriva le porte ad una stretta collaborazione con il Fondo Monetario Internazionale per la lotta al COVID-19.

Questo tipo di collaborazioni erano sempre state rifiutate da Magufuli che era stato anche uno dei primi leader internazionali e africani a criticare apertamente l’elevata inaffidabilità dei tamponi che rilevavano la positività al COVID di qualsiasi cosa che entrasse in contatto con questi, persino papaye e capre.

La dinamica che ha portato ad un tentato omicidio nei confronti di un altro presidente africano, il presidente Rajoelina del Madagascar, appare essere la stessa.

Lo scorso marzo Rajoelina aveva espresso la sua contrarietà alla distribuzione dei vaccini COVID per via dei numerosi effetti collaterali.

Il presidente del Madagascar già l’anno precedente aveva criticato le istituzioni internazionali che non volevano riconoscere l’efficacia di un rimedio naturale a basso costo, l’artemisia, nella cura del coronavirus.

A pochi mesi di distanza dal rifiuto del presidente malgascio di distribuire i vaccini contro il COVID, le autorità locali hanno sventato un piano per uccidere Rajoelina.

Sembra esserci dunque un filo rosso che lega tutti episodi che sono accomunati dal fatto che ognuno dei presidenti citati si è messi di traverso sulla strada del cartello farmaceutico di Bill Gates.

E la sorte di chi mette a rischio gli enormi interessi che ruotano attorno a questo business è spesso la morte violenta o la morte precoce in circostanze misteriose.

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