La crisi politica della Germania rischia di far crollare l’UE

di Cesare Sacchetti

Le dimissioni di Thomas Kemmelich, ex-governatore della Turingia, regione tedesca della Germania dell’Est, sono state un vero e proprio terremoto per la Germania.

Si è messo in moto difatti una reazione a catena che ha portato poi alle successive dimissioni di Annegret Kramp-Karrenbauer, nota anche come mini-Merkel, l’attuale leader della CDU e candidata designata a succedere Angela Merkel nel ruolo di cancelliere.

Cosa sta accadendo in Germania, e perchè è così importante anche per il resto d’Europa? Per comprenderlo meglio, occorre partire nuovamente dalla vittoria di Kemmelich in Turingia.

Il candidato del partito liberale democratico, FDP, aveva conquistato la vittoria nel land tedesco grazie al sostegno della CDU locale, e soprattutto grazie all’appoggio degli euroscettici di Alternativa per la Germania, AfD.

L’intero establishment politico del Paese è letteralmente insorto di fronte al fatto che un candidato sostenuto da AfD avesse messo messo piede nelle istituzioni del Paese.

Si è scatenato quindi un fuoco da fila contro Kemmelich, impallinato in prima persona dalla stessa Merkel che ha parlato di “elezioni da revocare”.



Il neo-governatore della Turingia, letteralmente assediato dal sistema politico tedesco, ha quindi presentato le sue dimissioni e così di fatto il voto democratico dei cittadini tedeschi è stato praticamente annullato.

La crisi politica della CDU

Ma le dimissioni di Kemmelich hanno fatto rotolare un’altra testa eccellente, quella appunto della Karrenbauer, che era contraria all’accordo con AfD.

La ormai ex-leader della CDU è stata accusata di non controllare più alcune sezioni locali del partito, specialmente nell’Est, che iniziano a dialogamente sempre più frequentemente con gli euroscettici di Alternativa per la Germania.

La Karrenbauer avrebbe dovuto garantire la continuità con il corso centrista di Angela Merkel, cercando di bilanciare le due diverse anime del partito che da tempo mostrano reciproci segni di intolleranza.

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Annegret Kramp-Karrenbauer con Angela Merkel

Da un lato infatti c’è la corrente internazionalista e filo-europea che si mostra sempre più contigua con l’agenda politica del partito Verde.




Dall’altro, invece c’è l’ala più conservatrice che guarda con preoccupazione alla perdita di identità del Paese e che si sta avvicinando sempre di più ad AfD.

Questa ambiguità della CDU spiega in gran parte il successo dei partiti più radicali, che invece mandano messaggi più chiari agli elettori sul percorso politico da seguire.

La mini-Merkel avrebbe dovuto fare ciò che ha fatto il suo predecessore, ovvero assicurare la continuità del sistema politico tedesco basato sul blocco centrista della CDU.

Tutto questo ora potrebbe finire. I candidati alla guida della CDU dopo di lei, sono al momento tre.

Da un lato, c’è Armin Laschet, esponente centrista più vicino alla Merkel. Dall’altro, invece si sono Friedrich Merz, leader parlamentare della CDU, e Jens Spahn, ministro della Salute, rappresentanti della corrente più conservatrice.

Spahn in particolare è noto per le sue esternazioni contro la scomparsa della lingua tedesca, sostituita sempre di più dall’inglese, e dalla presenza sempre più invadente degli uomini musulmani nei luoghi di aggregazione pubblici.

E’ difficile prevedere chi possa uscire vincitore dalle prossime elezioni, ma chiunque prenda le redini del partito finirà inevitabilmente per scontentare l’altra parte.

In uno scenario simile, questa convivenza forzata potrebbe presto finire mentre si profila all’orizzonte lo spettro della scissione della CDU.

Se crolla Berlino, crolla Bruxelles

Nel frattempo, a Bruxelles sono seriamente preoccupati per la situazione di instabilità politica che sta vivendo la Germania.

Nei corridoi della Commissione UE sanno perfettamente che senza il blocco tedesco a sostegno dell’UE, il già fragile edificio europeo è destinato a crollare su sè stesso.

La domanda sempre più frequente tra gli uomini del deep state europeo è come può la Germania indicare la via al resto d’Europa, se in questo momento nemmeno i tedeschi sanno che direzione vogliono prendere?

Non è un segreto infatti che la parte conservatrice della CDU si mostri riluttante alle richieste di riforma della moneta unica e alla revisione delle politiche di austerità.

Come si è già avuto modo di affrontare in precedenza, a Berlino si sta iniziando a prendere in considerazione un’eventuale uscita dalla moneta unica, dal momento che i vantaggi portati dall’euro all’economia tedesca sembrano diminuire costantemente.

Ma le insofferenze tedesche vengono anche dal fronte del prossimo bilancio settennale comunitario che si sta discutendo in questi giorni.

La Germania sta facendo sponda con gli altri Paesi del blocco Nord-Europeo, Olanda su tutti, che non hanno la minima intenzione di riempire il buco di 60 miliardi di euro lasciato dalla Brexit.

Berlino, in altre parole, è in una fase di ripiegamento. Non è interessata in questo momento a prendere le redini del continente per condurlo verso l’agognato disegno delle élite europee, ovvero gli Stati Uniti d’Europa.




In questa fase, è la Francia di Macron che sembra spingere molto di più verso il passo successivo del progetto europeo, ma è impensabile che Parigi da sola possa portare l’Europa verso questa meta.

Le élite infatti hanno rimesso nelle mani dell’asse franco-tedesco la leadership e l’attuazione di questa idea, e senza la Germania chiaramente l’intera impalcatura è destinata a crollare su sè stessa.

L’esistenza in vita di Bruxelles dipende quindi inevitabilmente da quella di Berlino.

Quella che un tempo era l’indiscussa locomotiva dell’UE oggi paradossalmente sembra essere diventata la sua zavorra.

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