Il governo Draghi sarebbe la resa definitiva all’UE

di Cesare Sacchetti

Con la vittoria di Boris Johnson, l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione europea sembra essere veramente ad un passo.

Le urne hanno consegnato al leader del partito conservatore britannico una maggioranza così ampia come non si vedeva dai tempi di Margaret Thatcher, assegnando ai tories 364 seggi.

La nuova configurazione del Parlamento britannico dovrebbe quindi aver eliminato alla radice la fronda dei conservatori remainer che si è rivelata sicuramente uno dei principali ostacoli alla Brexit.

Il trionfo di Johnson quindi comporta un probabile e immediato consolidamento dei rapporti tra Londra e Washington.

Non è certamente un caso che uno dei primi ad esultare per la vittoria del leader dei tories sia stato proprio Donald Trump ,il quale ha subito auspicato un “enorme accordo commerciale” con Londra.

L’uscita della Gran Bretagna dall’UE allontanerebbe dalla sfera europea un partner piuttosto importante per l’Europa, dal momento che Londra è uno dei principali Paesi importatori delle merci prodotte nel continente europeo.



E’ una cattiva notizia soprattutto per l’economia tedesca, dal momento che il mercato britannico rappresenta uno dei più importanti mercati di sbocco per le merci della Germania.

L’economia tedesca già duramente provata dalla guerra commerciale rischierebbe di subire un duro contraccolpo, soprattutto nell’eventualità di una Brexit senza accordo.

In uno scenario simile, le merci tedesche sarebbero sottoposte ai dazi britannici e le probabilità di una profonda recessione per la Germania diventerebbero piuttosto elevate.

Ad ogni modo, il risultato elettorale della Gran Bretagna ridisegna i nuovi assi strategici per la geopolitica europea.

Da un lato, la rinnovata alleanza anti – UE tra Londra e Washington, mentre dall’altro l’asse franco-tedesco che governa le istituzioni europee.

Bruxelles quindi rischia di andare incontro ad un progressivo isolamento e indebolimento nello scacchiere internazionale.

Il governo Draghi e la resa dell’Italia




L’Italia, da parte sua, non coglierà, con ogni eventualità, l’apertura degli enormi spazi di manovra offerti dalla Brexit.

Il nuovo esecutivo giallorosso PD-M5S ha rimesso l’Italia sotto l’egida dell’asse franco-tedesco a differenza del precedente esecutivo gialloverde sicuramente più vicino a Washington.

L’atmosfera che si respira nel Paese è piuttosto simile a quella che precedette l’arrivo del governo Monti.

Il leader della Lega, Matteo Salvini, ha proposto la necessità di realizzare un comitato di salvezza nazionale per affrontare le emergenze più imminenti.

Una apertura che ha lasciato spiazzato gli alleati della Lega, seguita poi dall’intervista di Giorgetti che ha aperto all’eventualità di un governo guidato dall’ex presidente della Bce, Mario Draghi.

In ogni caso, quindi l’Italia sembra essere destinata a rimanere confinata nel recinto dell’UE franco-tedesca. Se si passerà da un governo PD-M5S ad un eventuale governo Draghi, l’Italia potrebbe trovarsi ancora più avvinghiata dalla morsa di Bruxelles.

Allo stesso tempo, non è un segreto che il Quirinale gradirebbe molto l’ultima ipotesi, vista la stima espressa da Mattarella nei confronti di Draghi.

Il Capo dello Stato è sicuramente in questo momento l’uomo di riferimento di Bruxelles in Italia, con il compito specifico di garantire che il Paese continui a far parte del progetto di integrazione europea.

Un esecutivo Draghi non sarebbe altro che la ripetizione di una tecnocrazia a trazione europea con effetti ancora più devastanti di quello guidato da Monti.

L’uomo che i media mainstream elogiano come “salvatore dell’euro” è lo stesso uomo che da direttore generale del ministero dell’Economia nel lontano 1992 avallò la svendita di larga parte del patrimonio industriale italiano.

Nella famigerata crociera a bordo del panfilo Britannia della Regina Elisabetta al largo di Civitavecchia, dove di fatto si consegnarono ai grandi gruppi finanziari anglo-sassoni italiani i gioielli di famiglia, era presente anche lui.

L’Italia quindi entrerebbe nella sua fase terminale di completa deindustrializzazione con una probabile nuova ondata di privatizzazioni degli ultimi asset statali, e definitiva desertificazione economica del Paese, ridotto a potenza di seconda o terza categoria.

Tra lo spazio unico di apertura offerto dalla Brexit e dalla presidenza Trump per provare ad esautorarsi dall’UE, e la condizione di sudditanza attuale sotto l’asse franco-tedesco, l’Italia sembra destinata a scegliere la seconda opzione.

Una congiuntura che assomiglia molto alla teoria dei corsi e ricorsi storici enunciata da Vico, con la Penisola destinata a ripetere i tragici errori della seconda guerra mondiale, alleandosi con la Germania di Hitler.

Marx scrisse che quando la storia si ripete assume i connotati di una farsa, ma in questa circostanza per l’Italia sarebbe una tragedia ancora maggiore.




Più si allontana il momento dell’uscita dall’euro per il Paese, più si allontanano le possibilità di ricostruire l’economia di una nazione profondamente debilitata dall’appartenenza alla moneta unica.

ll recente sondaggio Eurobarometer, al netto delle sue contraddizioni, conferma come ci sia una larga parte e una probabile maggioranza assoluta di italiani pronta a lasciare l’UE.

Gli ostacoli però non provengono dal popolo italiano. Gli ostacoli provengono da una classe dirigente che ha deciso di consegnarsi a Francia e Germania, fino al punto da realizzare un tradimento peggiore di quello che avvenne con Mario Monti nel 2011.

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