Una nuova IRI per far tornare grande l’Italia

di Cesare Sacchetti

La crisi dell’ex Ilva di Taranto lontana dalla sua risoluzione e il ricatto degli indiani di Arcelor Mittal che chiedono 4700 licenziamenti per restare. I 6000 posti di lavoro che potrebbero saltare nei prossimi anni per la decisione di Unicredit, partecipata principalmente dai fondi USA BlackRock e Dodge & Cox, di chiudere 450 filiali.

La svedese Ikea che taglia gli investimenti a causa della politica sulle chiusure domenicali per gli esercizi commerciali.

Quella appena descritta è la fotografia di un Paese, l’Italia, rimesso ormai interamente alla merce dei capitali stranieri.

E’ l’evoluzione di un modello economico, quello ordoliberista, che ha consegnato sostanzialmente le sorti dell’economia italiana nelle mani di grandi gruppi multinazionali stranieri.

L’accelerazione definitiva del passaggio dal modello dell’economia mista a quello dell’ordoliberismo si è avuta senz’altro nei primi anni’90, con l’approvazione dei trattati UE.

L’economia mista non era altro che la coesistenza tra Stato e imprese, con gli interessi delle seconde posti in una posizione inferiore rispetto agli interessi generali del primo.



La lettera dei trattati comunitari relega invece lo Stato ad un ruolo passivo e subordinato nei processi economici, vietandogli di intervenire nei meccanismi del mercato.

E’ senz’altro vero che l’applicazione delle regole europee negli ultimi 25 anni per l’Italia ha seguito una logica rigorosamente giolittiana.

Le regole si sono infatti rigorosamente applicate per l’Italia, mentre si sono amichevolmente interpretate per Francia e Germania, alle quali sono stati consentiti diversi salvataggi di Stato.

Tutto questo non rappresenta una novità, dal momento che è nota la dipendenza e, soprattutto, la sudditanza di Bruxelles nei confronti dell’asse franco-tedesco.

L’Italia, nonostante la sua importanza capitale nell’economia dell’eurozona, ha sempre rivestito il ruolo di figlia di un dio minore, guardata con diffidenza se non con vero e proprio disprezzo dai partner Nord-Europei.

Le conseguenze dell’abbandono della formula dell’economia mista e dello Stato imprenditore sono state a dir poco traumatiche per l’Italia.

L’Italia è stato il Paese che più ha applicato a fondo i principi economici ordoliberali, tanto da conquistarsi la palma di più grande privatizzatrice d’Europa nei lontani anni’90.




Il risultato è stato una violenta deindustrializzazione del Paese.

I garanti dell’esecuzione di questa dottrina economica sono stati sicuramente i governi tecnici dei primi anni’90, Amato e Ciampi, seguiti dai loro succedanei di centrosinistra, Prodi I e D’Alema.

Una nuova IRI per re-industrializzare l’Italia

Il dibattito sullo Stato imprenditore ritorna quanto mai d’attualità proprio per questa ragione. L’Italia si trova in una disperata condizione di ricostruire ciò che è stato sciaguratamente smantellato nei decenni passati.

Lo Stato imprenditore non è stato altro che un modello economico basato fondamentalmente sugli articoli (41-44) della Costituzione economica. Seguendo questo modello, l’Italia del dopoguerra nel giro di pochi anni ha trasformato l’IRI, l’Istituto per la Ricostruzione Industriale, nel secondo gruppo industriale europeo.

L’IRI sostanzialmente era un grande gruppo polisettoriale industriale.

Lo Stato grazie a questa formula riusciva ad occupare posizioni strategiche praticamente in ogni settore dell’economia italiana, dal settore siderurgico, l’Italsider al quale apparteneva proprio l’Ilva,  a quello automobilistico, come la gloriosa Alfa Romeo, passando per quello delle telecomunicazioni con la storica SIP, divenuta poi Telecom Italia.

Uno dei suoi storici presidenti, Giuseppe Petrilli, professore di matematica e statistica, scrisse su di esso un dimenticato saggio, “Lo Stato imprenditore: validità e attualità di una formula”, per descriverne le sue virtù.

Petrilli, di estrazione democristiana, sottolineava come la crescita dell’IRI fosse “inseparabile dalla crescita generale del nostro sistema economico, di cui è stata insieme causa ed effetto.”

Senza l’IRI, l’Italia non avrebbe mai assistito alla stagione del “miracolo economico”. Gli investimenti concentratisi nel gruppo nel quinquennio 1948-1953 raggiunsero la media annua di 123 miliardi di lire per salire a quota 512 miliardi di lire nel periodo dal 1960 al 1965.

Non solo quindi l’Iri ebbe un ruolo fondamentale per costruire le basi della crescita economica italiana, ma fu indispensabile per costruire le infrastrutture disastrate o assenti di un Paese appena uscito dalla tragedia del dopoguerra.




L’autostrada Milano – Napoli, l’Autostrada del Sole e la Napoli – Bari furono realizzate dal Gruppo così come la rete ferroviaria italiana.

Se l’Italia passò nel giro di poco più di un ventennio da Paese rurale a potenza industriale, lo deve proprio all’adozione di questa formula.

E’ lo stesso presidente Petrilli a smentire la vulgata dell’IRI come “carrozzone” che gravava sull’economia del Paese, snocciolando i numeri dei fatturati dell’epoca pari alla cifra di 1500 miliardi di lire.

Il Gruppo poi ricorreva in minima parte al finanziamento pubblico, dal momento che larga parte delle sue risorse affluivano dai mercati attraverso l’acquisto delle sue obbligazioni.

Se l’Italia avesse applicato allora i dettami ordoliberali, sarebbe rimasta un Paese deindustrializzato e non avrebbe mai potuto competere con i partner europei.

Non è un caso che da quando il Paese ha abbandonato questo modello, si sia accelerata la sua progressiva deindustrializzazione.

Nessun governo e nessuna forza politica ha avuto il coraggio di proporre l’istituzione di una nuova Iri per sottrarre l’Italia dalla dipendenza dei mercati stranieri.

Le grandi potenze invece hanno studiato e copiato il nostro modello, su tutte la Cina, tanto da arrivare a conquistare posizioni di assoluto dominio sui mercati internazionali proprio grazie ad esso.

Per dare vita ad una nuova reindustrializzazione, l’Italia non dovrebbe fare altro che tornare a seguire il modello economico che l’ha resa grande in tutto il mondo.

L’Italia, in altre parole, non dovrebbe fare altro che copiare sè stessa.

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