Salvini a Trump:” posso essere il tuo alleato più stretto in Europa”

di Cesare Sacchetti

Il messaggio parte da Roma e arriva a Washington. “Posso essere il tuo alleato più stretto in Europa”. E’ quello che pare voler comunicare Salvini a Trump attraverso uno dei suoi più fidati consiglieri in politica estera, Guglielmo Picchi, attualmente sottosegretario alla Farnesina, in una sua recente intervista per il quotidiano americano Bloomberg.

Il primo incontro tra i due risale al 2016 nello Stato della Pennsylvania, dove Salvini fece visita a Trump, allora impegnato nella campagna per le presidenziali.

Il segretario generale della Lega, Matteo Salvini con il candidato alle primarie dei repubblicani Donald Trump al comizio di Trump a Filadelfia, 25 aprile 2016.

 Da quel momento, il filo allacciato tra le sponde sovraniste di Washington e Roma non si è più reciso.

I due potrebbero tornare ad incontrarsi il prossimo 27 febbraio alla riunione del CPAC, la Conservative Political Action Conference, l’appuntamento annuale che riunisce negli Stati Uniti gli attivisti conservatori di tutto il Paese.

Il presidente Trump è stato uno dei primi leader politici internazionali a dimostrare simpatia per il governo giallo-verde.

Lo stesso Picchi puntualizza come la vicinanza ideologica tra i due stia scrivendo un capitolo inedito della storia dei rapporti bilaterali tra i due Paesi.



Washington e il ritorno agli Stati nazionali

La visione comune del mondo tra le opposte sponde dell’Atlantico questa volta pare fondata su capisaldi geopolitici interamente diversi da quelli del secondo dopoguerra.

Gli Stati Uniti di Trump hanno rimesso al centro degli equilibri internazionali il ruolo imprescindibile dello Stato nazionale.

L’ordine liberale mondiale del quale Washington è stata indiscussa garante e artefice dal 1945 in poi, è stato completamente rimesso in discussione dalla presidenza Trump.

America First, è il motto che assegna alla difesa degli interessi nazionali la priorità tra gli obbiettivi stabiliti nell’agenda della Casa Bianca.

Questa nuova visione del mondo americana è stata tracciata chiaramente dal segretario di Stato USA, Mike Pompeo, durante il suo ultimo intervento al German Marshall Fund.

Washington non è più disposta a farsi garante di un ordine fondato sulla supremazia degli organismi sovranazionali come l’UE o l’Organizzazione Mondiale del Commercio, espressioni della struttura portante alla base della globalizzazione neoliberista.




E’ in questo comune intento che sembrano incontrarsi le strade di Washington e Roma, ed è questa, come rilevato dal sottosegretario agli Affari Esteri, una “special relation” che sembra sostituire quella storica invece tra Washington e Londra.

Roma, in questo momento, difatti è sicuramente l’interlocutore più affidabile e forte di cui dispongono gli USA nell’UE sotto l’egida franco-tedesca.

Il rapporto Italia-USA negli anni della guerra fredda

Il rapporto tra i due Paesi è sicuramente più antico, ma appare fondato su premesse completamente diverse da quelle del passato.

Roma e Washington hanno costituito un connubio praticamente indissolubile dal 1945 al 1989, in funzione di contenimento del blocco sovietico nell’Europa Occidentale.

Non mancarono in questo senso contrasti e ingerenze americane nella sovranità della Penisola in più di un’occasione.

I due casi di scuola più celebri risalgono al lontano 1973, anno della guerra dello Yom Kippur tra Israele e i paesi arabi, nel quale l’allora ministero degli Esteri, Aldo Moro, rifiutò di concedere lo spazio aereo italiano agli USA, impegnati a sostenere l’alleato israeliano.

Corrado Guerzoni, storico collaboratore di Moro, rivelò che il presidente della Democrazia Cristiana, fu minacciato pesantemente da Henry Kissinger, l’allora segretario di Stato USA, per via della sua linea politica sempre più lontana dalla sfera di influenza della Casa Bianca.

 

L’altro celebre caso è quello di Sigonella del 1985, quando il presidente del Consiglio Bettino Craxi, ebbe un durissimo scontro con Ronald Reagan, riguardo alla sorte dei sequestratori dell’Achille Lauro, che rischiò di degenerare in un conflitto a fuoco tra i Carabinieri e i reparti della Delta Force americana.

Il rapporto dunque era fatto di scontri e duri contrasti per mantenere comunque a distanza il peso di un alleato che sovente diventava troppo ingombrante per Roma.

Questa condizione faceva sostanzialmente dell’Italia un Paese a sovranità limitata.

Nel contesto attuale invece non sono solo cambiati i pesi specifici del rapporto, ma anche il suo perimetro di delimitazione.

L’esempio più recente viene dal mancato riconoscimento di Guaidò come presidente del Venezuela del governo giallo-verde, e dall’esenzione dell’Italia sulle sanzioni americane verso i paesi che continuano ad essere firmatari dell’accordo sul nucleare iraniano.

Washington ora sembra concedere un maggiore spazio di azione al suo alleato, fondamentale in questo momento per abbattere il nemico comune: l’UE guidata dall’asse franco-tedesco che, alla luce del recente trattato di Aquisgrana rappresenta una pericolosa minaccia egemone su tutto il vecchio continente.

Per farlo, Washington ha bisogno di Roma come Paese leader dell’ondata sovranista che potrebbe travolgere le istituzioni europee dopo il 26 maggio.

Da par suo, Roma per sfidare l’asse franco-tedesco ha bisogno del sostegno degli Stati Uniti e in un appoggio anche ad Est, che parte da Varsavia e arriva a Mosca.

Qualsiasi sarà il destino dell’Europa nei prossimi mesi, per sapere come andrà a finire non bisognerà guardare a Bruxelles, Parigi o Berlino.

Bisognerà guardare a Roma.

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