Trump aiuterà il governo M5S-Lega ad uscire dall’euro?

di Cesare Sacchetti

Alla fine il veto del Quirinale sulla nomina di Savona a ministro dell’Economia è stato aggirato in una maniera piuttosto scaltra.

Il professore che aveva preparato il piano B per uscire dall’euro non va a via XX settembre, ma al ministero degli Affari europei, dove dovrà tessere la tela dei rapporti con l’UE, mentre al suo posto all’Economia va Giovanni Tria, professore di Economia Politica all’università di Tor Vergata.

Apparentemente può sembrare un cedimento di Salvini che aveva fatto di Savona la linea del Piave da difendere ad ogni costo, ma se si guarda più da vicino il pensiero del professor Tria ci si renderà conto che non è affatto così.

Il ministro dell’Economia infatti aveva già espresso apprezzamenti per le tesi del professor Savona in un articolo pubblicato su Formiche.net, dal titolo piuttosto eloquente ” Vi spiego la competizione truccata in Europa che favorisce la Germania“, nel quale non manca di riconoscere come la Germania servendosi dell’euro approfitti di un tasso di cambio troppo debole per i suoi parametri economici che le permette di mantenere “un surplus commerciale tra il 6 e l’8 per cento del Pil senza che la sua valuta si apprezzi rispetto a quella di paesi in deficit.”

Per Tria, l’assenza dello strumento del tasso di cambio flessibile che l’euro ha difatti eliminato, impedisce di riallineare questi squilibri tra Nord e Sud Europa, e l’economista arriva a concludere che “forse è ora di abbandonare molti tabù che hanno impedito, come rilevano La Malfa e Savona, almeno di analizzare i problemi e prepararsi a soluzioni alternative.”

Le soluzioni alternative alle quali fa riferimento il professore sono quelle proposte da Savona di ricorrere ad un piano B di uscita dall’euro? Non viene detto in termini espliciti, ma non è un segreto che Tria stimi Savona e abbia espresso pubblicamente apprezzamenti per lui in più di un’occasione.

Se non è quindi Savona ad avere direttamente le redini del ministero dell’Economia, è di fatto un uomo estremamente vicino a lui, e qualcuno non ha mancato di notare che, con questo schema, l’ex ministro dell’Industria nel governo Ciampi, sarà una sorta di ministro “ombra” dell’Economia.

Era importante portare in quel ministero chiave qualcuno che non fosse passivo ai diktat di Berlino e Bruxelles e avesse gli strumenti per rimettere in discussione l’attuale assetto dell’eurozona.

I dazi di Trump all’UE: la sponda di Washington all’Italia per uscire dall’euro

Se la crisi italiana è dunque finita, la nascita del governo gialloblu fortemente ostacolata dagli ambienti di Berlino e Bruxelles, ha trovato degli alleati dall’altra parte dell’Atlantico. E’ proprio a Washington che si sono prese in questi giorni decisioni fondamentali che interessano molto da vicino gli equilibri dell’eurozona.

Il presidente Trump ha deciso di infliggere all’UE pesanti dazi sull’acciaio e sull’alluminio, rispettivamente del 25% e del 10%.

Il presidente della Commissione UE, Juncker, ha definito la decisione “triste per il commercio mondiale”, ma sarebbe più opportuno dire che ad assaporare questa “tristezza” sarà soprattutto il commercio tedesco.

La Germania difatti è il quinto paese al mondo per esportazioni di acciaio, con una produzione pari a 24,8 milioni di tonnellate. Gli USA occupano il sesto posto tra i mercati di sbocco delle esportazioni di acciaio tedesche, con una quota pari al 4% di tutto il volume di produzione.

Il mercato USA ha un ruolo fondamentale anche per le esportazioni di alluminio della Germania. Se si dà uno sguardo ai dati sulla classifica dei maggiori paesi esportatori di questa materia prima verso gli USA, si nota che la Germania occupa l’ottavo posto con una quota del 2,4% tra gli acquisti di alluminio realizzati dagli Stati Uniti.

Washington sta dunque assestando dei seri colpi al principale fattore di ricchezza dell’economia tedesca, ovvero le esportazioni che rappresentano il 46% del PIL della Germania.

Per limitare l’enorme surplus commerciale accumulato dalla Germania, pari nel 2017 a 244 miliardi di euro, gli USA hanno tutto l’interesse a incrinare la tenuta dell’euro, una moneta “grossolanamente svalutata”, come la definì Peter Navarro, il consigliere economico di Trump.

Ma i colpi per la Germania dagli USA non sono arrivati solo dai dazi. La Federal Reserve Bank, la banca centrale americana, ha difatti preso la decisione di limitare le attività negli USA di Deutsche Bank, il colosso bancario tedesco. Un duro colpo che è costato il declassamento a BBB+ del rating della banca tedesca da parte di Standard and Poor’s.

Il terreno preparato dagli USA appare quanto mai favorevole per l’Italia per cercare di lanciare una sfida all’egemonia tedesca che da troppi anni sta opprimendo l’area euro. Salvini ha vinto la prima fondamentale battaglia per lanciare la sfida a Berlino e sa che se vorrà andare fino in fondo potrà contare sull’appoggio di Washington.

 

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