Quei veti su Savona da Bankitalia

di Cesare Sacchetti

La pausa di “riflessione” di Mattarella è durata più di 24 ore come era stato inizialmente ipotizzato e , a quanto pare, si estenderà fino a domani. Il Capo dello Stato all’indomani delle consultazioni con i due leader del M5S, Luigi Di Maio, e della Lega, Matteo Salvini, ha deciso di ascoltare nuovamente il parere dei due presidenti delle Camere sull’attuale situazione politica.

Molti media hanno scritto che il pomo della discordia sul via libera al governo sarebbe il nome di Paolo Savona al ministero dell’Economia, un nome che al Quirinale non sarebbe troppo gradito per via delle sue posizioni anti-euro.

Questa ricostruzione tuttavia pare essere smentita da fonti attendibili e vicine al professore che rivelano come i veri nemici dell’economista non siano tanto al Quirinale, ma in un altro edificio a pochi passi di distanza, ovvero a Palazzo Koch in via Nazionale, dove c’è la sede di Bankitalia.

Parlare difatti di uno scrutinio del curriculum del professore da parte di Mattarella appare semplicemente ridicolo. Savona è uno degli economisti italiani più noti a livello internazionale ed è uno degli ultimi eredi di quella generazione di eccellenze in campo economico alla quale sono appartenuti, tra gli altri, il compianto Federico Caffè e Piero Sraffa.

Chi conosce il professore da vicino sa che i suoi nemici più acerrimi sono proprio a Palazzo Koch, e l’acredine tra gli ambienti di Bankitalia e lui risalgono all’ultimo periodo dal 2010 al 2014 nel quale Savona rivestì il ruolo di Presidente del Fondo interbancario di tutela dei depositi, l’organismo a tutela dei correntisti bancari riconosciuto dalla banca centrale italiana.

In quel ruolo, Savona si scontrò duramente con il direttivo di Bankitalia soprattutto per quello che riguarda il famigerato “bail-in” nato dalla direttiva UE n° 2014/59, approvata proprio nel 2014, in base alla quale in caso di fallimento di un istituto bancario, il costo di questo ricade su tutti i correntisti titolari di conti correnti superiori ai 100.000 euro.

Gli effetti sono devastanti perchè con questo principio le negligenze o le irregolarità del direttivo di una banca vengono scaricate in larga parte sugli ignari correntisti. E’ quello che accadde nel 2015 durante il governo Renzi, quando questa direttiva viene applicata per la prima volta in Europa con Banca Etruria, Carichieti, Cariferrara e Banca Marche.

Il bail-in impedisce quindi allo Stato di salvare una banca in difficoltà in virtù del principio dei trattati UE che vieta gli interventi pubblici a sostegno del settore privato.

Il professore fu un aspro critico di questo impianto normativo fin dalle prime battute e dopo che lasciò la presidenza del Fondo, scrisse tutte le sue perplessità in un articolo pubblicato su Milano Finanza all’inizio del 2016, nel quale denunciò che “la tesi che con il bail-in gli interessi della collettività ricevono maggiore protezione è sostanzialmente falsa”.

Non solo. Savona ha sostenuto chiaramente che tale direttiva “scarica le responsabilità degli errori di politica economica (fiscale, monetaria e bancaria) commessi dalle autorità sulle spalle della clientela bancaria.”

C’è dunque una evidente conflittualità tra l’impostazione dell’art.47 della Costituzione Italiana che prescrive chiaramente come il risparmio, tutto e non una parte di esso, vada protetto e quella della direttiva UE che superata una cerca soglia di risparmio, impone allo Stato di astenersi.

Ecco perchè un Savona a via XX Settembre avrebbe le capacità di disinnescare i danni fatti negli ultimi anni dall’applicazione di queste normative UE, e questo scenario suscita non pochi timori a Palazzo Koch, dove si annidano molti nemici di un cambiamento i cui effetti sarebbero pari a quelli di un terremoto.

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